Due amiche insieme, ma distanti, lavorano per documentare le specie botaniche presenti su due territori lontani: *Lago di Garda e dintorni *Sardegna costa di Cagliari e suo entroterra... e non solo .......anche rilevamenti, foto, scambio di informazioni,suggerimenti.

domenica 27 novembre 2011

Cynara scolymus - Carciofo varietà "TEMA"

Acquarello su carta mm 420x297 (particolare)

Il carciofo (Cynara Scolimus) è una pianta perenne, con le foglie di colore grigio-verde; dal centro si alza un fusto ramificato che termina, ad ogni diramazione, con un capolino fiorale che costituisce la parte commestibile insieme alle brattee (comunemente dette foglie) nella parte più tenera interna bianca. Le vere foglie, invece, sono quelle attaccate al gambo e non sono utilizzate a scopo alimentare. I carciofi sono una vera e propria miniera di principi attivi e particolari virtù terapeutiche. Gustosi e versatili hanno uno scarso contenuto vitaminico, molte fibre e una buona quantità di calcio, fosforo, magnesio, ferro e potassio.
Molto noti ed apprezzati per le caratteristiche toniche e disintossicanti, sono in grado di stimolare il fegato, calmare la tosse e contribuire alla purificazione del sangue, fortificare il cuore, dissolvere i calcoli.
La Coltivazione
La coltivazione in pieno campo inizia nel mese di giugno e la pianta, poliennale rizomatosa con fogliame di colore verde spinescente, produce da 10 a 15 capolini con un gambo che varia dai 15 ai 40 cm. La raccolta del carciofo avviene principalmente tra il mese di novembre e quello di aprile. La selezione, la scelta del calibro, il lavaggio ed il confezionamento avviene nel centro di condizionamento e la distribuzione al consumo è immediata per garantire la perfetta conservazione delle caratteristiche organolettiche
Questa varietà "TEMA" è una varietà che si produce in Sardegna, oltre allo "Spinoso sardo", Terom ed altre, e si presenta con brattee esterne di colore violetto intenso con leggere sfumature verdi e giallo paglierino internamente, allungate e terminanti con una breve spina, carnose e tenere, gusto delicato e poco amaro. La pianta può raggiungere 1 m di altezza, ha foglie disposte a rosetta con al centro un robusto gambo fiorale ramificato con 3 - 5 capolini con brattee non molto numerose ma ben serrate. Il periodo di raccolta inizia ad ottobre ed in Sardegna si protrae fino a aprile, grazie ad un’ottima resistenza al freddo.
 Il carciofo è una tipica espressione del forte carattere della Sardegna.
Nella Penisola del Sinis le ottimali caratteristiche del terreno argilloso della zona palustre ed il clima temperato hanno favorito la coltivazione di carciofi di alta qualità sin dal periodo dei Fenici, facendo sì che esso diventasse un importante fattore di sviluppo per l’economia del paese.
                                                                                      Lisa Usai

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giovedì 5 maggio 2011

Lavorando in campagna - Working in the field

Acquarello su carta mm 420x297

Questo è il mio assignment 10, uno delle due tavole botaniche che ho realizzato per questo impegnativo assignment del DLDC SBA. L'altra tavola botanica la conoscete già, "L'albero del carrubo" che ho pubblicato su questo blog recentemente. Il tema era sulla scelta di un habitat a me accessibile, il quale poteva essere un ambiente costiero, paludoso, boscoso, ma anche un prato, dei cespugli, brughiere,un pendiio di montagna ma anche un terreno vicino al ciglio di una strada. La difficoltà è stata nel identificare tutte le caratteristiche morfologiche di quest'habitat ed individuare 5 piante, fiorite e arbustive da ritrarre con la tecnica dell'acquarello, o grafite o matita colorata o inchiostro. Nello sketchbook si doveva registrare tutte le piante trovate, con disegni e note di colore. Questi disegni dovevano essere solo informativi sulle caratteristiche dei soggetti prescelti, ma il colore doveva essere osservato e annotato su una parte del disegno.
L'habitat che ho individuato è il Parco Santa Lucia(vedi ubicazione) a pochi km da casa mia e dista dal mare 8 km e a 100m sul livello del mare. Questo habitat si caratterizza per il suo terreno calcareo e argilloso con presenza di arbusti, alberi e radure con arbusti della macchia mediterranea.
- CISTUS CRETICUS - Fam. delle cistaceae - english name: roch rose
- ERYNGIUM CAMPESTRIS - Fam. delle apiaceae - english name: field eryngo
- ASPARAGUS ALBUS L. - Fam. delle liliaceae - english name: white asparagus
- OPUNTIA FICUS-INDICA Miller (frutto con fiore) - Fam. delle cactaceae - english nam: prickly pear with flower
In basso a sinistra: 2 foglie di EUCALYPTUS CAMADULENSIS, pianta di origine australiana introdotta in Sardegna per il rimboschimento e utilizzata come frangivento.
                                                                  Lisa Usai

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martedì 9 marzo 2010

Opuntia ficus-indica (frutti) e Chamaerops humilis (frutto)

                                        Acquarello su carta 420 mm x 297 mm 
                                                                                        
Il Ficodindia (Opuntia ficus-indica L.) appartiene alla Famiglia delle Cactaceae.
Il genere Opuntia è composto da circa 200 specie.
Il Fico d'India è originario dell'America ed e' stato introdotto in Europa dopo la scoperta del Nuovo Continente.
Grazie alla sua elevata adattabilita', si e' diffusa, oltre all'America centrale e meridionale, in Sud-Africa e nel Mediterraneo (in Sicilia e' oggetto di coltura specializzata e ultimamente anche in Sardegna).
Ha un fusto costituito da cladodi (pale) succulenti in grado di compiere la fotosintesi clorofilliana, da piccole foglie caduche e da numerose spine, molto piccole, disposte intorno alle gemme.
I fiori gialli, a coppa, compaiono in primavera-estate. Il frutto è una bacca uniloculare, carnosa e polispermica.
Un'elevata variabilità nella forma, dimensioni, colore dei frutti e caratteristiche qualitative è riscontrabile non solo tra le diverse specie e biotipi, ma anche nel loro interno.
I semi sono numerosi (da circa 100 a oltre 400 per frutto), di forma discoidale e di diametro pari a circa 3-4 mm. Sono frequenti anomalie dei frutti.
E' una tipica pianta aridoresistente, richiede temperature superiori a 0 °C, terreni leggeri, senza ristagni idrici, a reazione neutra o subalcalina. Qualora la produzione principale sia basata sui "bastardoni", richiede che in ottobre-novembre si verifichi un andamento climatico che permetta la maturazione di tali frutti.
         
  Varietà.

In Italia si sono affermate tre principali varietà, Gialla, Bianca e Rossa o Sanguigna, la cui denominazione deriva dal colore del frutto, mentre una varietà denominata Apirena, caratterizzata da un maggior numero di semi abortiti, è raramente presente in coltivazione. In genere si consiglia la coltivazione di tutte le varieta' in modo da fornire al mercato un prodotto caratterizzato da un diverso cromatismo.


  Chamaerops humilis.

Descrizione genere: il genere comprende due specie di palme, una delle quali C. humilis rappresenta l’unica palma che cresce spontanea in Italia e può essere coltivata in tutte le regioni.
La Chamaerops humilis è detta anche Palma di San Pietro. Questa palma nana (non supera 2 m. di altezza), cresce spontanea anche in Italia, raggiungendo al massimo 1 m. di altezza e larghezza. I fusti, a volte ramificati alla base, portano, all’apice, un ciuffo di foglie dotate di un picciolo lungo, spinoso, di consistenza legnosa e, spesso, a sezione biconvessa. La lamina (larga fino a 45 cm.) è palmata e divisa in segmenti lineari che le conferiscono l’aspetto di un ventaglio. Le infiorescenze a forma di pannocchia si formano alla base delle foglie e sono seguite da frutti di forma ellittica e colore rosso o giallo. Può essere coltivata anche in vaso, come pianta da appartamento (di solito sono esemplari giovani), che potrà essere portata all’esterno nei mesi più caldi. La varietà “Dactylocarpa” raggiunge i 6 m. di altezza.

Provenienza: regioni mediterranee occidentali.
Famiglia: Palmeae.

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sabato 6 febbraio 2010

Punica granatum - Proprietà benefiche

         Part. di acquarello su carta                   
                               
Oggi il melograno cresce spontaneamente nelle regioni mediterranee dell'Asia e dell'Europa ed è largamente diffuso anche in Nord America.  Anche in Italia il melograno è abbastanza diffuso e coltivato, specialmente nelle zone dove il clima è più mite, poiché teme l'umidità del terreno e dell'aria. 
I suoi fiori sono di colore rosso scarlatto e sono racchiusi in una specie di guscio tondeggiante che presenta alcuni petali sulla sommità. Anche i semi sono di colore rosso e "vantano" un succo dolce e dissetante, ricco di proprietà salutari.

Anticamente si pensava che il succo del melograno rappresentasse il sangue del dio Dioniso, e sembra che la dea dell'amore, Afrodite, lo avesse piantato sulla terra in suo onore. Fin dai tempi antichi la melagrana è stata considerata il frutto della fertilità: in alcune popolazioni infatti, le spose lo utilizzavano per predire il numero di figli che sarebbero nati e spesso venivano intrecciati tra i capelli i rami del melograno, come augurio di fecondità; il simbolo di questo frutto è quindi l'abbondanza. Inoltre, la fitoterapia e numerose recenti ricerchi, attribuiscono al melograno numerose proprietà benefiche sia nelle radici (proprietà antibatterica e antielmintica in grado di combattere la tenia), sia nel frutto (sostanze polifenoliche che combattono le patologie vascolari). I polifenoli sono infatti sostanze antiossidanti, contenute in numerosi alimenti, molto utili per combattere le degenerazioni dell'apparato vascolare. Ulteriori studi hanno anche evidenziato che la melagrana ha anche un effetto gastroprotettivo sullo stomaco. Anche in Italia il melograno è abbastanza diffuso e coltivato, specialmente nelle zone dove il clima è più mite, poiché teme l'umidità del terreno e dell'aria. A seconda dei suoi frutti può essere considerato, agro-dolce o dolce e non sempre i suoi frutti risultano commestibili. Le varietà maggiormente conosciute in Italia sono: Dente di Cavallo, Neirana, Profeta Partanna, Selinunte, Ragana e Racalmuto, varietà adatte ad essere consumate fresche. I suoi frutti maturano in autunno.

Le numerose e benefiche proprietà del melograno.

La benefica proprietà antiossidante del succo della Melagrana, è paragonabile soltanto al tè verde, grazie anche ad alcune analisi alle quali il frutto è stato sottoposto, che hanno confermato questa tesi. I notevoli benefici sull'apparato cardiovascolare e la prevenzione di patologie coronariche e arteriosclerosi, sono indiscutibili: tuttavia per goderne al massimo, occorre però unire al consumo del succo di melagrana, anche uno stile di vita corretto e quindi adottare un'alimentazione corretta, evitare la vita sedentaria e l'abuso di fumo e alcol. Ma gli effetti benefici non sono tutti qui: una ricerca israeliana condotta da Michael Aviram, biochimico presso Lipid Research Laboratory del Medical center Rambam di Haifa, indica che questo frutto ha delle proprietà terapeutiche, e anche antitumorali: il succo di melograno, secondo la ricerca, sembra essere addirittura tossico nei confronti delle cellule tumorali. In particolar modo i benefici "anti cancro"sono stati rilevati in numerosi casi di tumore al seno. Ma non solo: il melograno possiede anche l'acido ellagico (una sostanza riscontrata anche nei lamponi, nelle fragole, nelle noci) che, secondo gli studiosi, provoca la morte delle cellule "anomale". Una nuova recente ricerca, ha evidenziato anche il beneficio di questo frutto nel combattere i disturbi della menopausa, in particolare la depressione e la fragilità ossea.
Gli antiossidanti "fenolici" che troviamo concentrati nei frutti, hanno dimostrato un'importante azione preventiva nelle malattie cardiovascolari, agendo positivamente sull'arteriosclerosi, responsabile dell'80% delle morti tra i pazienti diabetici in America. Anche contro il morbo di Alzheimer il succo della melagrana si è dimostrato benefico: un bicchiere al giorno regala un effetto "barriera" e dimezza le proteine "killer". Ulteriori nuove ricerche americane hanno dimostrato l'efficace proprietà di questa pianta nel combattere batteri, funghi e virus così come hanno sottolineato i positivi risultati ottenuti dal succo di melagrana, rispetto all'artrite, poiché viene inibita la degradazione della cartilagine e viene preservata la funzionalità e l'integrità dell'articolazione.

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Particolare di acquarello su carta.

Il Melograno (Punica granatum) appartiene alla Famiglia delle Punicaceae, genere Punica, specie P. granatum. E' una pianta antichissima che proviene dalle regioni del sud-ovest asiatico ed è presente sin dall'antichità nel Caucaso, e nell'intera zona mediterranea.Il nome "melograno" deriva dal Latino pomum (mela) e granatus (con semi). Questo ha dato origini a diverse varianti linguistiche, l’ inglese “Pomegranate” o il tedesco “Granatapfel" (mela coi semi).
In inglese antico era noto con il nome di "apple of Grenada" (mela di Granada). La città spagnola di Granada ha infatti nello stemma un frutto di melograno. In spagnolo (granada) ed in antico francese (la grenade) significavano appunto melograno e la denominazione della città spagnola deriva dalla introduzione del frutto operata dalla dominazione moresca in Spagna.
In italiano il nome melograno è derivato direttamente dal latino: malum punicum o malum granatum; in italiano il frutto è nominato col termine di “melagrana”. Una radice del nome del melograno deriva dall'antico egiziano "rmn", da questo deriva l'ebraico rimmôn, e l'arabo rummân. Dagli arabi il termine passò poi ad altri linguaggi, come il portoghese (romã) o il maltese ("rummien").
Il nome di genere Punica deriva dal nome romano della regione geografica costiera della Tunisia, e della omonima popolazione, chiamata “cartaginese”,una popolazione di estrazione fenicia che colonizzò quel territorio nel sesto secolo a.C.; le piante furono così nominate perché a Roma giunsero i melograni da quella regione.

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lunedì 1 febbraio 2010

Vitis Vinifera "Praxoxa niedda"

Acquarello su carta cm 42 x 39

La Sardegna è un'isola dalla splendida produzione enologica. In questa regione, la viticoltura costituisce un ottimo incrocio di modernità e tradizione. Quest'ultima è stata notevolmente influenzata nel corso dei secoli dalle invasioni subite dall'isola.
Sono sempre più numerosi i produttori che, in tempi recenti, hanno scelto di concentrare la loro attività sui vitigni indigeni e desueti vitigni antichi sardi, tra i quali si contano Cannonau, Semidano, Moscato, Monica, Vermentino, Nasco, Nuragus e la Vernaccia di Oristano, Nieddera.
I Sardi coltivano la vite da circa 3200 anni, un altro pezzo infatti si aggiunge al complesso puzzle storico-archeologico ed ora anche eno-gastronomico delle antiche popolazioni Nuragiche. Pare proprio che il popolo sardo di quel periodo conoscesse la vite, la coltivassero e producessero pure del buon vino.
Ciò contrasterebbe fortemente con le teorie tradizionali (ed ormai smentite dalle più moderne ricerche) che vogliono la vite e la viticoltura e l'arte della vinificazione come originarie del Medio Oriente ed importate di lì in Sardegna solo grazie ai Fenici.
Durante gli scavi archeologici che hanno interessato il sito nuragico di ''Sa Osa'', in territorio di Cabras, nella golena del Tirso, sono emersi conservati con cura nel fondo di un pozzo d'epoca Nuragica, bronzo medio, 3200 anni fa, dei reperti alimentari e segnatamente dei semi di uva e di fico riposti, conservati con cura. I primi insediamenti fenici nell'isola si ebbero tra il nono e il settimo secolo a.C., migliaia di anni dopo; questa è un ulteriore conferma di ciò che già altre ricerche avevano detto in passato.

 Analizzare i semi degli acini d'uva ci può svelare qualche altro segreto. «La morfologia dei vinaccioli (presso il nuraghe di Villanovaforru, ndr) ci dice che si tratta di una vite tra selvatica e coltivata, il che significa che comunque è un vitigno locale» (Philippe Marinval, ricercatore francese). Per la precisione si tratterebbe di Cannonau, il vino più antico del Mediterraneo.
«Due laboratori enologici in eccezionale stato di conservazione, con vasche per la pigiatura, bacili, basi e contrappesi dei torchi, nonché recipienti di vario uso, in ceramica e vetro erano presenti nei livelli di riutilizzazione degli spazi in Età romana nel grande complesso del Nuraghe Arrubiu di Orroli». Lo scavo ha permesso di recuperare anche una certa quantità di vinaccioli carbonizzati, rivelatisi appartenenti a un vitigno ancora coltivato nell'Isola, denominato a seconda delle diverse località «Bovale sardo» o «Muristellu».

Questo acquarello su carta ritrae due grappoli d'uva che apparterrebbero ad un vitigno autoctono sardo che è conosciuto nel campidanese col nome di "Praxoxa niedda".Tradotto significherebbe "uva nera", ma la sua particolarità sta nella antica tradizione di consumare quest'uva dagli acini nerissimi e dolcissimi. Nel secolo scorso si coglieva tardivamente nel periodo di Natale e veniva consumata durante le feste. Ancora non ho raccolto soddisfacenti informazioni su quest'uva tanto conosciuta dai nostri nonni, ma invito chiunque voglia contribuire ad ampliare la sua scheda botanica. Lisa Usai

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giovedì 21 gennaio 2010

Ophrys tendredinifera Willdenow

Acquarello su carta 310mm x 197mm

Il suo nome italiano è Ofride fior di vespa, oppure Vesparia pelosa.  Perchè questo nome curiosissimo? Il suo nome deriva dal greco ophrys = sopracciglio, forse perchè questo tipo di fiore veniva utilizzato per ricavare tinture per capelli e sopracciglie (come riferiva Plinio il vecchio), o forse per la forma dei tepali interni, simili appunto a sopracciglie. Il nome deriva dal greco tenthredòn=tentredine (vespa) e dal latino fero=portare, con riferimento alla forma dei fiori. Il suo periodo di fioritura è da marzo a maggio ed io ho trovato questa orchidea al Parco Santa Lucia, riserva attigua al parco naturale di Monte Arcosu. Ma un giorno passeggiavo col mio cane, Stella,  ne ho trovato anche sulle colline fiorite di fronte alla spiaggia di Chia. Ho scattato molte foto e prese le misure reali della specie e nel mio studio ho realizzato questo acquarello botanico. Lisa Usai


Il suo nome dialettale è "Apiscedda", o "Musconi", ecc. palesano questa loro similitudine.

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